Naufragio Concordia tra i misteri italiani: fu tutta colpa di Schettino?

Concordia_VTELe righe che seguono rappresentano la volontà di questa testata di non lasciare cadere nel dimenticatoio quella che a ragione può essere considerata come una delle più grandi sciagure vissute nella storia della marineria italiana. Il caso del Concordia, per certi aspetti, può essere annoverato tra i grandi misteri italiani: molto c’è ancora da capire su cosa sia successo la notte di quel 13 gennaio, ma c’è da capire anche cosa forse doveva essere fatto sulla nave nella storia precedente al naufragio e invece non è stato fatto. Liguria Nautica continua a ritenere che l’ex Comandante del Concordia, Francesco Schettino, abbia mostrato una condotta sciagurata, ma se altre responsabilità ci sono è bene parlarne, anche ascoltando le parole di quello che è l’indiscusso protagonista della vicenda (M.G.)

Il 13 gennaio è passato e perciò anche l’ennesimo e triste anniversario della sciagura ha avuto corso. Ma cosa è successo nel frattempo? I riflettori da diversi mesi sembrano ormai essere spenti in riferimento a questa vicenda che, forse, a dispetto del gossip, dovrebbe interessare, e di molto, a tutti gli operatori marittimi.

Le ultime importanti news (che risalgono allo scorso settembre) riguardarono, come forse alcuni ricordano, il ricorso dei PM in riferimento ai contenuti della sentenza di primo grado i quali furono giudicati non congrui.

Da allora, eccettuate talune testate – purtroppo non specializzate – qualche cosa da registrare e da cui prender nota forse c’è.

Ma partiamo dall’ultima notizia, secondo noi degna di nota, rifacendoci ad un articolo (pubblicato lo scorso 24 dicembre) sulla testata il quotidiano.net. In una parte di questo articolo, che evidentemente fa riferimento alle relazioni peritali dei periti Enzo Dalle Mese (anche definito “l’uomo dei radar”; si è occupato in passato anche del caso Ustica) e Alessandro Cantelli Forti, si erano individuati, in riferimento ad indagini di loro competenza tecnico-scientifica, di «TEST CHE dovrebbero essere eseguiti durante le operazioni di primo collaudo ma che ci risultano non essere mai stati depositati».

A parte questo però due interessanti eventi, sicuramente non troppo diffusi, sono avvenuti nel corso di questi anni. Il primo è un’ intervista, disponibile su youtube, del 15 luglio 2014, fatta dal Codacons, dove Schettino, come forse mai fin da allora, si è “sbottonato” parlando non solo nel dettaglio degli attimi del prima e del dopo collisione ma anche dei suoi pensieri in merito a molti aspetti e interessi che ruotano attorno al sinistro.

In questa occasione, la quale non possiamo che giudicare “preziosa” per cercare di comprendere le argomentazioni dell’ex comandante, sono sicuramente state degne di nota, almeno per farsi un’idea delle tesi esposte da Schettino.

Ma tra i vari punti dai lui affrontati forse ve ne è uno, anche spesso citato da vari esperti di shipping, che merita di essere citato: Schettino muove infatti molte perplessità (ma di fatto critiche) allo staff di ufficiali, soprattutto di coperta, che erano sul ponte di comando sia prima che dopo la collisione.

Il primo aspetto che lui sottolinea è quello riferito alla tenuta della guardia sul ponte, fatta dagli ufficiali in quel momento di turno e dunque responsabili, per definizione, della condotta della navigazione. Qui lui si chiede ad esempio come possa essere verosimile che nonostante vi fossero ben 3 ufficiali e un timoniere di guardia, nessuno abbia ritenuto opportuno di accorgersi e di comunicare a Schettino che il Concordia navigasse in rotta di collisione con degli scogli affioranti (i quali lo stesso comandante dice di aver visto prima di effettuare una manovra evasiva). Poi va ad indicare come la valutazione dei danni a lui riportata sia stata motivo di ritenere, in un primo momento, non persa la nave…

In seguito va a individuare, come ulteriore causa che andò a gravare sulla situazione d’emergenza, vari trafilamenti d’acqua che a suo parere avrebbero dovuto di fatto non esserci.

Mentre in merito alle dinamiche lo stesso Schettino dichiara: “…io arrivo sul ponte di comando con una schiera di ufficiali di guardia e come mio solito fare… alla fine nessuno rappresenta il pericolo ma anzi mi si cede d’improvviso la guardia [e io] dico vabbè accosto io… ma io dico… come si fa a non parlare?” (facendo riferimento al fatto che la nave navigasse con una rotta di prora alla terra e non parallela ad essa).

Ma sicuramente degna di nota è stata una delle presentazioni del suo libro “le verità sommerse”, fatto in duo con Vittoriana Abate, nota giornalista di Porta a Porta. In questa presentazione, anch’essa visibile su youtube, svoltasi a Salerno presso l’Hotel Mediterranea (il 10 luglio u.s.), Schettino fece molte osservazioni e rispose ad alcuni quesiti posti dagli intervenuti sul libro. Dalla dimostrazione delle consuetudini perorate negli anni in riferimento agli “inchini” alle disquisizioni tecniche in riferimento alla pianificazione della rotta fino alla sua verità relativa alla gestione dell’evacuazione, alla caduta sulla scialuppa e alla telefonata di De Falco, molti argomenti sono stati trattati in riferimento ai punti chiave per i quali da molte parti è stato legittimamente criticato.

L’ultima “apparizione” di Schettino è pero abbastanza fresca e risale a pochi giorni fa. In questa circostanza, dalle notizie che abbiamo esaminato, la giornalista Giusi Fasano, che ha visionato una lettera di Francesco Schettino inviata ai giudici, ci permette di prender nota di ulteriori novità.

In una parte di questa lettera l’ex comandante scrive: “Al processo di secondo grado, ancora non fissato, cercherò di essere presente il meno possibile dato che la mia presenza fisica fin dal principio è stata pregiudizialmente mal interpretata ricalcando un copione che non è in linea con la mia persona e soprattutto con la mia indole”.

Ancora la giornalista spiega: “Delle 32 vittime – che poi sarebbero 34, contando i due sub morti mentre lavoravano per la rimozione della nave – Schettino parla dopo aver premesso che «intendo offrire alla valutazione della Corte anche il mio tratto umano», cosa che «è bene scrivere» piuttosto che rivelare con «dichiarazioni relative a sentimenti, sensazioni, angosce». E che i giudici lo sappiano: «Auspico che il mio mondo interiore possa non rimbalzare sulle prime pagine» per evitare che «le mie emozioni possano essere trasformate in prodotto da dare in pasto all’opinione pubblica». Assomiglia a un’ossessione, quella che lui definisce «assordante clamore dei media».

Daniele Motta
Perito e Consulente Navale

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